Ott 082015
 

 John Bowlby ha ipotizzato che a partire dai 18 mesi i bambini siano in grado di costruire dei modelli interni delle rappresentazionidelle esperienze di interazione che nella realtà hanno avuto luogo con la figura che maggiormente si è presa cura di loro dalla nascita.

Klimt “Le tre età”

Ciò è possibile in questa fase dello sviluppo perché, verso la fine del primo anno di vita, si verificano cambiamenti sostanziali quali il raggiungimento della costanza d’oggetto e l’acquisizione della funzione linguistica che coinvolgono così la sfera cognitiva come quella sociale. I bambini, dunque, dalla metà del secondo anno di vita sono in grado di rappresentarsi mentalmente gli eventi e, a partire dalle interazioni ripetute tra essi stessi e la madre, di costruire i Modelli Operativi Interni (IWM) del mondo fisico e sociale.

Gli IWM, deputati ad organizzare a livello conscio ed inconscio le informazioni rilevanti per l’attaccamento, non solo si fondano su vissuti reali ma su quei modelli di interazione e di risposta affettiva che si ripetono nel corso del tempo, infatti essi non riflettono tanto una rappresentazione reale e obiettiva del genitore, quanto piuttosto la storia delle risposte affettive e delle disponibilità del genitore nei confronti delle richieste di sicurezza del bambino. La loro funzione sarebbe quella di essere utilizzati per interpretare gli eventi, fare previsioni sul mondo circostante, valutare nuove situazioni e guidare il comportamento, non solo come filtri passivi dell’esperienza ma come mezzi attraverso cui ricreare attivamente le proprie esperienze relazionali. In base alla propria esperienza i bambini si creano delle aspettative sulle interazioni future con i genitori e con altri individui che guidano le loro interpretazioni e i loro comportamenti, per questo, secondo Ammaniti e Stern, lo stile dei primi rapporti di attaccamento influenzerà l’organizzazione precoce della personalità e, in modo particolare, il concetto che il bambino avrà di sé e degli altri.

Il termine “modello” viene utilizzato proprio perché esso riproduce internamente ciò che accade nel mondo esterno reale, mentre “operante” dà l’idea della dinamicità di una rappresentazione che arriva ad operare senza che il soggetto ne sia consapevole, consentendo,  di organizzare sia percezioni, memorie e attese nei confronti dell’ambiente, sia il comportamento in maniera coerente con queste aspettative. Dal momento che i Modelli Operanti Interni derivano da esperienze interiorizzate con la figura di attaccamento, la qualità delle cure ricevute nel tempo è di fondamentale importanza per la creazione di modelli di interazione diadica e quindi complementari: una madre, vissuta dal bambino come sensibile, capace di rispondere tempestivamente ai suoi segnali, sintonizzandosi empaticamente sui suoi stati d’animo e sui suoi bisogni, darà luogo ad un attaccamento sicuro e il bambino interiorizzerà una rappresentazione di sé come di un individuo degno di amore e di cure. Inoltre, è proprio in seguito all’interiorizzazione di questi legami che il bambino avrà la possibilità di sentirsi sicuro anche quando la figure familiari non saranno presenti, poiché si verificherà l’attesa fiduciosa del loro ritorno. Ciò influenzerà il senso di autostima del bambino e la sua capacità di affrontare situazioni nuove, complesse e di separazione dalle figure significative. Poiché, parallela all’instaurarsi del legame di attaccamento cresce l’esigenza di conoscere il mondo circostante al fine di comprenderne caratteristiche e potenzialità, soltanto una figura esperita come “Base Sicura”, e cioè mediamente stabile e disponibile all’accoglienza e alla protezione anche in caso di pericolo, ma che interviene attivamente solo quando è chiaramente necessario, darà al bambino la possibilità di sviluppare comportamenti di esplorazione, di socializzazione e di attaccamento in tutta libertà. Ciò accade perché il bambino può permettersi di prestare scarsa attenzione all’attaccamento.

Gli IWM sono stabili o si modificano nel corso dello sviluppo? Secondo Bowlby (1980) la stabilità dei Modelli Operanti Interni è garantita da un lato dal fatto che si sviluppano e “crescono” in un contesto familiare con caratteristiche per lo più stabili, dall’altro che, proprio per lasciare l’individuo libero di sfruttare le proprie risorse ed energie per la comprensione delle novità, essi tendono a divenire gradualmente automatici, al di fuori della coscienza e per questo più resistenti al cambiamento. Come è stato detto in precedenza, la funzione principale dei Modelli Operanti Interni è quella di consentire al bambino di interpretare e pianificare le interazioni con le figure che si prendono cura di lui; per questo la loro rigidità non consentirebbe un adattamento sia alle diverse situazioni di vita sia ai cambiamenti evolutivi.

Sempre nel 1980 è proprio Bowlby a suggerire che la varietà dei pattern di attaccamento può dipendere dal grado di soddisfazione del soggetto in riferimento al pattern stesso. In secondo luogo, non soltanto le esperienze successive vengono costantemente assimilate, ma sono proprio gli schemi interiorizzati dal bambino ad essere continuamente accomodati in relazione alla realtà che lo circonda.

La qualità dei Modelli Interni può dunque essere modificata dalle esperienze che il bambino si trova ad affrontare ma, con il passare degli anni, tende in un certo senso a riproporsi nella modalità con cui l’adulto si relaziona agli altri e gestisce i propri rapporti, ricreando aspetti della propria storia passata.

Un ulteriore contributo in questo ambito è fornito dal lavoro di Patricia Crittenden la quale ha proposto un approccio dinamico-maturativo allo sviluppo delle relazioni di attaccamento nell’arco della vita. “Secondo questo punto di vista, la maturazione è in interazione dinamica con l’esperienza, creando le potenzialità di cambiamenti nella qualità di attaccamento che avvengono in modo regolare attraverso delle riorganizzazioni. Si ipotizza che i cambiamenti di configurazione siano particolarmente frequenti in prossimità dei periodi di rapido cambiamento neurologico, cioè nei pressi di cambiamento di stadio evolutivo”. (Crittenden, 1999). L’autrice ipotizza quindi che siano possibili cambiamenti nella qualità di attaccamento, in funzione della nuova comprensione del passato, soprattutto nei diversi momenti che precedono l’età adulta.

In conclusione, Main e Goldwyn (1994) sostengono che, “nonostante il fatto che la maggioranza delle persone possano avere avuto nella prima infanzia esperienze diverse con le diverse figure di attaccamento, e malgrado le possibili variazioni degli stati mentali relativi a tali esperienze nel corso successivo dello sviluppo, nell’età adulta le diverse esperienze e i diversi stati mentali appaiono coagularsi in un unico stato della mente rispetto all’attaccamento primario e sovraordinato” (Dazzi, De Coro, Ortu e Speranza, 1999).

Dott.ssa Elisa Bressani