Categoria: EMDR

COVID-19: personale sanitario a richio di svilluppare un Disturbo Post-Traumatico da Stress

L’emergenza genarata dal COVID-19 può avere un impatto negativo anche nel lungo periodo sul benessere psicofisico di medici, infermieri ed operatori sanitari.

Dalla comparsa del Covid-19 medici, infermieri ed operatori sanitari stanno lavorando senza sosta, secondo i ritmi imposti da un’emergenza inaspettata e di cui nessuno conosce la durata.

Ogni giorno sperimentano preoccupazione, ansia e paura perché ogni giorno sono a contatto con una malattia che si diffonde facilmente e che potenzialmente può essere letale.

Il Personale sanitario è coinvolto a diversi livelli nella gestione dell’emergenza sanitaria, molto in prima linea, tutti esposti ad un pericolo che non si può vedere e che quindi si fatica a fronteggiare.

Tutti temono in qualche misura di essere contagiati e di contagiare i propri cari, compagni, figli, genitori.

Nel corso degli ultimi mesi molti hanno sperimentato, anche occasionalmente o in modo transitorio, segnali da stress post-traumatico

  • disturbi del sonno
  • difficoltà di concentrazione
  • difficoltà di memoria
  • vulnerabilità a sviluppare una dipendenza
  • irritabilità e irrequietezza
  • chiusura e isolamento

Più a rischio di sviluppare disturbi a lungo termine, come sintomi depressivi, ansia e insonnia, sono invece proprio coloro che lavorano  in rianimazione e nelle terapie intensive, sottoposti a uno stress psicofisico ed emotivo estremamente grande perché più intensamente a contatto con la paura, l’angoscia di morte, la sofferenza fisica e psicologica.

Gli operatori che lavorano in contesti in cui ci si fa carico della sofferenza acuta sono formati e preparati a tollerare e affrontare situazioni molto complesse.

Sono comunque soggetti alla traumatizzazione vicaria e quindi più esposti alla possibilità di sviluppare disturbi psicopatologici.

 

Traumatizzazione vicaria

Un individuo può soffrire per l’esperienza diretta del trauma oppure per l’esposizione indiretta allo stesso. Questa condizione di forte carico emotivo e impegno percepito nella cura nascono in questo caso da un trauma subito da un‘altro individuo, in seguito al tentativo di supportarlo.

Come sottolineato dal Dr. Vittorio Lingiardi, psichiatra e professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, la traumatizzazione vicaria è il trauma di chi deve guardare l‘inguardabile e deve intervenire.

Alcuni fattori hanno contribuito a rendere l’emergenza Covid-19 particolarmente difficile da sostenere dal punto di vista psicologico acuendone la connotazione di evento traumatico in particolare per il personale sanitario:

  • l’emergenza sanitaria si è diffusa con grande rapidità insieme alla consapevolezza dei rischi sulla salute di tutti i cittadini;
  • le risorse professionali e gli strumenti che avrebbero dovuto garantire la protezione e la sicurezza del personale in attivo nelle strutture ospedaliere e sul territorio non sempre sono stati disponibili ed efficaci;
  • le richieste sono state incessanti e i turni di lavoro particolarmente lunghi e impegnativi; è mancata la conoscenza certa sul virus, sull’evoluzione della sintomatologia, sulla gestione dei pazienti e scarse sono state le indicazioni e di cura e le risorse ospedaliere per il trattamento;
  • gli insuccessi sono stati molteplici e molte persone sono morte;
  • spesso, proprio a causa dell’emergenza, il personale è stato spostato, sono cambiate le mansioni, sono stati creati nuovi team di lavoro;
  • minore è stata la possibilità di ricevere sostegno e sentire il conforto di familiari ed amici

Compassion fatigue

In letteratura si parla di  compassion fatigue. I primi studi su questa condizione psichica hanno definito la compassion fatigue come una vera e propria sindrome, comune tra quei professionisti che lavorano a stretto contatto con le vittime di disastri, traumi o malattie, come il settore sanitario, che insorge acuta e improvvisa, e che può essere scatenata anche da una sola esperienza percepita come particolarmente critica dalla persona che ne è colpita.

I segni di questa condizione possono inoltre sfociare in un Disturbo Post-traumatico da Stress in seguito alla sperimentazione del trauma vicario.

Burnout

Il burnout è un’ulteriore forma di compassion fatigue (Beck 2011; Ricard 2015), tra le più gravi e drastiche conseguenze della scarsa qualità di vita professionale nelle professioni d’aiuto, e comporta una totale perdita d’interesse nei confronti delle persone a cui il professionista dovrebbe rivolgere le proprie attenzioni e cure. In particolare, è dimostrato che la persona in questo stato prova costantemente un esaurimento emotivo, tende a mettere in atto una depersonalizzazione della persona da curare, sperimentando una ridotta realizzazione personale, frustrazione e mancanza di gratificazione.

Disturbo Post Traumatico da Stress

Lo stress post-traumatico (Post Traumatic Stress Disorder, PTSD), è una forma di disagio psicofisico che si sviluppa in seguito a esperienze traumatiche.

Definito e studiato negli Stati Uniti soprattutto a partire dalla guerra del Vietnam e dai suoi effetti sui veterani, riproposti poi in tutte le più recenti esperienze belliche, il PTSD può manifestarsi in persone di tutte le età, dai bambini e adolescenti alle persone adulte, e può verificarsi anche nei familiari, nei testimoni, nei soccorritori coinvolti in un evento traumatico.

Il PTSD può derivare anche da una esposizione ripetuta e continua a episodi di violenza e di degrado.

Secondo l’American Psychiatric Association (APA) i sintomi sono classificabili in tre categorie ben definite:

  • episodi di intrusione: le persone affette da PTSD rivivono ripetutamente l’esperienza traumatizzante sotto forma di flashback, ricordi, incubi o in occasione di anniversari e commemorazioni. I ricordi improvvisi si manifestano in modo molto vivido e sono accompagnati da emozioni dolorose e dal ‘rivivere’ il dramma. A volte, l’esperienza è talmente forte da far sembrare all’individuo coinvolto che l’evento traumatico si stia ripetendo.
  • volontà di evitare e mancata elaborazione: l’individuo cerca di evitare contatti con chiunque e con qualunque cosa che lo riporti al trauma. Inizialmente, la persona sperimenta uno stato emozionale di disinteresse e di distacco, riducendo la sua capacità di interazione emotiva e riuscendo a condurre solo attività semplici e di routine. La mancata elaborazione emozionale causa un accumulo di ansia e tensione che può cronicizzate portando a veri e propri stati depressivi. Al tempo stesso si manifesta frequentemente il senso di colpa.
  • ipersensibilità e ipervigilanza: le persone si comportano come se fossero costantemente    minacciate dal trauma. Le persone affette da PTSD possono manifestare difficoltà al controllo delle emozioni, irritabilità, rabbia improvvisa o confusione emotiva, depressione e ansia, insonnia. Reagiscono in modo violento e improvviso, non riescono a concentrarsi, hanno problemi di memoria e si sentono costantemente in pericolo. A volte, per alleviare il proprio stato di dolore, le persone si rivolgono al consumo di alcol o di droghe. Una persona affetta da PTSD può anche perdere il controllo sulla propria vita ed essere quindi a rischio di comportamenti suicidi.
  • Sintomi fisici: dal punto di vista più prettamente fisico, alcuni sintomi sono dolori al torace, capogiri, problemi gastrointestinali, emicranie, indebolimento del sistema immunitario.

Le conseguenze connesse al carico emotivo della cura estrema sono legate alla storia individuale di ogni persona e alle risorse specifiche che ognuno mette in campo nell’affrontare le difficoltà.

Il personale sanitario deve essere in grado di affrontare il dolore, la paura l’angoscia e la solitudine propria, dei pazienti e dei familiari. Queste persone sono chiamate a compiere scelte difficili, prendere decisioni importanti in tempi rapidissimi sul piano clinico e morale. Responsabilità, autoefficacia, livello di coinvolgimento e di controllo sulle situazioni, livello di minaccia o perdita, livello di assurdità e preavviso,  vissuti di impotenza e contatto con la morte ne influenzano la risposta emotiva. Possono provare stanchezza, frustrazione e rabbia

Il rischio di sviluppare un Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) cresce alla presenza di altri disturbi psicofisici e in caso di esposizione cumulativa ad eventi traumatici.

E’ importante che tutti gli operatori sanitari possano parlare di come si sentono e possano chiedere aiuto a professionisti specializzati nel lavoro sul trauma con una formazione specifica nell’elaborazione e integrazione di ricordi ed emozioni traumatiche. L’EMDR è considerato un trattamento d’eccellenza per la cura del disturbo post-traumatico da stress e per tutta la sintomatologia trauma correlata, sia psichica che fisica.

Lutto e Perdita. Dal dolore all’elaborazione

Lutto e Perdita.

Il lutto è definibile come “lo stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza ”.

Quando parliamo di lutto ci riferiamo spesso alla morte di una persona cara ma esperienze dolorose di cambiamento e perdita possono riguardare diverse situazioni: la fine di una relazione, il licenziamento o il pensionamento, un trasferimento, un aborto.

Ogni esperienza di perdita può causare grande dolore, vissuti di vuoto e solitudine, disorientamento e abbandono. Tali vissuti vanno elaborati per tornare al benessere.

Elaborare il lutto significa dunque affrontare la perdita e il dolore connesso, accettarlo per trovare gradualmente un nuovo equilibrio, andare avanti e vivere serenamente la vita.

Nel 1969 la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, pubblicava il libro La morte e il morire.
Davanti a ogni grande perdita e dolore, sosteneva la studiosa, le persone attraversano cinque fasi: prima lo shock e la negazione, cioè quel meccanismo di difesa che ci porta a non volere credere a ciò che è accaduto; dopo la rabbia, il desiderio di ribellione; poi la negoziazione, la ricerca di spiegazioni e soluzioni; dopo ancora la depressione, cioè una resa; e infine l’accettazione seguita dalla speranza.

Quando viene a mancare una persona cara, in un primo momento non c’è ancora la piena presa di contatto con il lutto e il dolore. E’ il tempo in cui spesso ci si deve occupare di questioni pratiche come l’organizzazione del funerale e spesso ci si protegge negando a livello emotivo l’accaduto. Di solito dura pochi giorni o settimane ma può accadere che si viva una particolare fatica ad affrontare la perdita che per questo viene negata in modo prolungato. In questo caso si parla di non accettazione della perdita.

Quando si realizza la perdita, che per lo più viene vissuta come priva di senso, subentra il dolore intenso che viene sperimentato a livello sia emotivo sia fisico (pianto, disorientamento, distubi psicosomatici) e si può arrivare a pensare che niente nella propria vita abbia senso. Emergono allora difficoltà, angoscia e rabbia rivolta verso l’esterno o verso se stessi.

Con il passare del tempo si può sperimentare una sorta di oscillazione tra negazione e realtà: la persona in lutto vive alternativamente momenti di profondo struggimento in cui è completamente immersa nel dolore e nel senso di vuoto accanto a momenti in cui tenta una ricostruzione della propria vita, di nuove motivazioni e nuovi ruoli. Queste due polarità si alternano prima per poi integrarsi. Quando invece restano cristallizzate sono alla base della faticosa elaborazione del lutto che si esprime sia nell’impossibilità di affrontare il dolore e ripensare alla perdita (rifiuto-negazione) sia nell’incapacità di accettare la separazione (depressione).

In momenti successivi, la persona che vive il lutto tenta di reagire all’impotenza cercando delle risposte o trovando soluzioni per spiegare o analizzare l’accaduto per poi giungere alla consapevolezza piena, razionale ed emotiva, dell’irreversibilità della perdita.

Per elaborare il dolore del lutto è necessario accettarlo, viverlo, attraversarlo. È necessario integrare la perdita nella propria storia perché la morte stessa assuma un significato anche ricostruendo una ritualità. L’elaborazione del lutto è dunque un processo di adattamento alla perdita. Inoltre spesso emerge la necessità di lavorare sulla ridefinizione delle relazioni familiari, dei ruoli, dei legami e delle comunicazioni. Ciò aiuta a dare senso alle esperienze, a superare non-detti, incomprensioni e conflitti.

E’ necessario ristabilire una connessione profonda con la persona defunta recuperando ricordi, emozioni e sentimenti. Lentamente si porta dentro di sé il ricordo e si acquisisce la consapevolezza che il rapporto con la persona cara non è andato perduto ma si è trasformato e continuerà a trasformarsi. Allora può avvenire una progressiva riorganizzazione dell’esperienza e un’apertura alle relazioni con altri, agli interessi e al futuro.

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) nei casi di lutto, favorisce l’elaborazione delle varie fasi favorendo l’emergere di ricordi positivi, l’adattamento alla perdita e la sua elaborazione.

TRAUMA

“Ogni rovescio ha il suo dritto,

ogni destino può essere riscritto,

Non c’è male da cui non venga il bene,

dalle ore buie nascono le sirene”

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità il trauma è il risultato mentale di un evento o una serie di eventi improvvisi ed esterni in grado di rendere l’individuo temporaneamente inerme e di disgregare le sue strategie di difesa e di adattamento.

Il trauma psicologico è un evento che disorganizza la mente e crea una ferita del sé, rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo perché risulta “non integrabile” nella persona e nella su storia. Per questo ha un impatto negativo sul soggetto che lo vive, rimane dissociato dal resto dell’esperienza psichica e può causare una sintomatologia specifica.

Esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona nel corso della vita. Esistono i “piccoli traumi” o “t”, ovvero quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intesa (un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia). Di solito si tratta di traumi che coinvolgono la relazione. Accanto a questi traumi di piccola entità si collocano i grandi traumi o “T”, cioè tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care (disastri naturali, abusi, incidenti).

L’evento traumatico, secondo i criteri diagnostici del DSM, comporta l’esperienza soggettiva di un senso di impotenza e vulnerabilità di fronte a una minaccia, soggettiva od oggettiva, che può riguardare l’integrità fisica della persona o, più in generale, il suo senso di sicurezza psicologica.

Non tutte le persone che vivono un’esperienza traumatica reagiscono allo stesso modo. Le risposte subito dopo uno di questi eventi possono essere moltissime e variare dal completo recupero e il ritorno ad una vita normale in un breve periodo di tempo, fino alle reazioni più gravi, quelle che impediscono alla persona di continuare a vivere la propria vita come prima dell’evento traumatico. Può accadere che la persona sviluppi schemi intrapsichici utili a gestire la situazione, l’altro e le proprie emozioni. Ad un certo punto poi si verifica un “evento precipitante” che riattiva le stesse reti mnestiche coinvolte dal trauma primario e si assiste allo sviluppo di un sintomo.